FESTIVAL DELLA VALLE D'ITRIA

43ª edizione

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43ª edizione
FESTIVAL DELLA VALLE D'ITRIA
Quattro secoli di teatro musicale italiano si snodano lungo il cartellone della 43ª edizione del Festival della Valle d’Itria: da Monteverdi a Puccini, passando per Vivaldi, Piccinni, Meyerbeer e Verdi. Dal 14 luglio al 4 agosto 2017 è di scena a Martina Franca l’atteso appuntamento con il belcanto, con un ricchissimo cartellone che il direttore artistico Alberto Triola e il direttore musicale Fabio Luisi hanno voluto dedicare alla memoria dello storico direttore artistico Rodolfo Celletti, nel centenario della nascita...
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Alberto Triola

FESTIVAL DELLA VALLE D'ITRIA

FESTIVAL DELLA VALLE D'ITRIA43° Festival della Valle d'Itria

Il Festival della Valle d'Itria - doverosamente e con grato affetto - dedica la sua 43ª edizione alla memoria di Rodolfo Celletti nel centenario della nascita. Allo storico direttore artistico della rassegna si deve l'intuizione su cui si basano, ancora oggi, le scelte culturali e artistiche di un festival fedelmente impegnato in percorsi di ricerca e di approfondimento sul Belcanto italiano.

Con questo spirito il cartellone 2017 intende dipanare il filo rosso che percorre il teatro musicale di tutti i tempi nel segno della tradizione belcantistica italiana, che Celletti faceva risalire al recitar cantando monteverdiano e che prolunga la fioritura dei propri rami fino a tutto il primo quarto del XIX secolo, per  inoltrarsi poi su sentieri anche molto divergenti tra loro e dallo spirito delle origini del melodramma. Ambiti diversi e lontani hanno però continuato a testimoniare la straordinaria fecondità dell'invenzione originaria: quel matrimonio alchemico che nella lingua italiana trovò - e non smette di farlo - il crogiolo d'elezione.

Quattro secoli di teatro musicale italiano si snodano lungo il cartellone di questa 43ª edizione: da Monteverdi a Puccini, passando per Vivaldi, Piccinni, Meyerbeer e Verdi.

Vale la pena annotare le date di composizione delle opere ospitate in cartellone: 1608, 1727, 1763, 1820, 1840, 1918. La serie è di per sé eloquente e parla di secoli lontani, e di epoche, stili, modi e poetiche molto diverse tra loro; le opere e i compositori qui richiamati recano però,ciascuno a suo modo e ricorrendo alle risorse che la storia ha via via loro concesso, il suggello di una stessa gloriosa - e riconoscibilissima - civiltà musicale.

Ogni volta che intelligenza e sensibilità di un interprete - non solo cantante, ma anche direttore e regista - sono in grado di infondere linfa vitale al rapporto tra parola e musica (atto puramente creativo, che pesca nell'intero repertorio tecnico, stilistico ed espressivo, risorse che solo una compiuta consapevolezza della cultura melodrammatica può mettere a disposizione) si alimenta lo stupefacente atanor del recitar cantando: si libera l'intero potenziale espressivo riposto nelle profondità del testo drammatico-musicale; il canto prende a fiorire sul respiro, nel modo più naturale e quasi infantile, come puro ri-generarsi di nuova vita, che si sprigiona autonomamente, slegata da qualunque vincolo materico e fisico con quella reale; non c'è più nulla di concreto, e tutto sembra sciogliersi, a partire dalla stessa legge di gravità. In quella dimensione nuova, limpida e smaterializzata, tutto - persino l'ineffabile, l'inverosimile o il puro astratto - diviene possibile e trova la sua espressione compiuta e la sua propria essenza: è questo il modo belcantistico di interpretare il teatro musicale.

Tutto ciò è particolarmente evidente nel canto richiesto dal repertorio cosiddetto "barocco", al quale il festival dedica ogni anno, e nelle ultime edizioni con impegno programmatico particolarmente evidente, una particolare attenzione.

Nel 2017 trovano spazio due giganti della tradizione italiana, Claudio Monteverdi (di cui ricorrono i 450 anni dalla nascita) e Antonio Vivaldi.

Al secondo è riservata l'inaugurazione della 43ª edizione del Festival della Valle d'Itria, con un nuovissimo spettacolo realizzato in coproduzione con la Fenice di Venezia. Si tratta dell'opera vivaldiana più nota ed amata, quell'Orlando furioso, il cui soggetto è naturalmente tratto dal capolavoro di Ludovico Ariosto, di cui lo scorso anno si è celebrato il mezzo millennio di storia. Di particolare interesse il team creativo cui è affidato il progetto: Diego Fasolis torna al festival dopo la memorabile Rodelinda di Händele l'Armida di Traetta, e questa volta a capo del suo complesso stabile, I Barocchisti, tra le compagini più ammirate per le esecuzioni del repertorio barocco; mentre dopo Orfeo, immagini di una lontananza e Giovanna d'Arco, il cartellone martinese torna a ospitare il giovane regista Fabio Ceresa - "best young director" agli Opera Awards 2016 di Londra - che, dopo il felice battesimo di Martina Franca, ha inanellato una serie di bellissimi successi internazionali. Con lo scenografo Massimo Checchetto e il costumista Giuseppe Palella, uno dei più fantasiosi creativi del costume teatrale italiano e il disegno luci di Giuseppe Calabrò, Ceresa ha confezionato il progetto di uno spettacolo di vivida suggestione, che mira a fondere l'eleganza del decorativismo proprio dell'estetica teatrale italiana con una vivacità di affondo drammaturgico del tutto personale.

Il cast, accanto alla prestigiosa presenza di Sonia Prina nel ruolo eponimo e a quella di Lucia Cirillo e Riccardo Novaro, tutti esperti interpreti del repertorio settecentesco, presenta un gruppo di giovani cantanti, alcuni al debutto italiano, che avranno modo di farsi apprezzare nelle diverse pagine di virtuosismo e di ricchezza espressiva che Vivaldi riserva ai diversi personaggi. Da segnalare il debutto nel ruolo di Angelica di Michela Antenucci, uno dei frutti più interessanti dell'Accademia “Celletti” degli ultimi anni.

Di Monteverdi si è scelto di eseguire, nella cornice del Chiostro di San Domenico, una preziosa antologia dall'Ottavo Libro dei Madrigali, pubblicato nel 1638 (i celebri Madrigali guerrieri et amorosi), a cui è stato dato l'emblematico titolo Altri canti d’Amor, che è la composizione dell'VIII Libro con cui si apre la sezione dei madrigali guerrieri. Con il Ballo delle Ingrate - singolare forma di balletto semidrammatico rappresentato per la prima volta a Mantova il 4 giugno 1608, in occasione delle feste per le nozze di Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia-sarà eseguitolo splendido Lamento della Ninfa, oltre al gioiello Hor che'l ciel e la terra,s onetto tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca. La guida musicale è naturalmente nelle mani del musicista in residence del festival per il repertorio barocco, Antonio Greco, a capo dell'Ensemble barocco del Festival; all'acuta sensibilità di un giovane e già molto apprezzato regista - Giacomo Ferraù - e alla sua compagnia teatrale, Eco di Fondo (una delle giovani realtà teatrali più interessanti e premiate di questi ultimi anni, che Ferraù guida insieme all'inseparabile Giulia Viana), sarà affidata la parte visuale dello spettacolo, in cui l'elemento coreografico - affidato a Riccardo Olivier - avrà naturalmente grande rilievo. Le scene sono di Alessia Colosso, i costumi di Sara Marcuccie le luci di Luciano Almerighi.

Ai tre madrigali è stata data continuità drammaturgica, quasi a formare una vera e propria rappresentazione drammatica unitaria. Secondo le parole degli autori dello spettacolo: "Immersa in un banchetto nuziale d'altri tempi, una sposa dorme, testa china sul margine della tavola, le braccia ciondoloni, il corpo abbandonato. Viene a svegliarla un piccolo bimbo dalle ali di cartone. È Amore, "Virgilio" della nostra storia. Viene ad accompagnare la sposa, conducendola per mano, in una discesa infernale attraverso le sue più profonde ed indicibili paure. Un viaggio nei ricordi, nella coscienza, tra le mille figure d'ombra che la abitano. Protagonista la commovente bellezza della musica di Monteverdi, la sua inarrivabile sapienza nel tinteggiare "a tempo dell'affetto e dell'animo" le ragioni del cuore e dello spirito delle donne, di ogni luogo e di ogni tempo".

Presenza di assoluto prestigio è quella di Monica Bacelli, al suo debutto al Festival della Valle d'Itria: ai personaggi di Ninfa e Venere potrà dare il prezioso contributo della sua straordinaria personalità artistica e musicale.

Incoraggiati dal felice sviluppo dell'Accademia del Belcanto "Rodolfo Celletti" - che ormai da sette anni offre a giovani cantanti di tutto il mondo un percorso di alta formazione tecnico/artistica nell'ambito dei repertori d'elezione del festival, guadagnandosi una posizione di assoluto rilievo in ambito nazionale e internazionale - crediamo siano maturi i tempi per un sempre maggiore coinvolgimento dei giovani talenti che scelgono Martina Franca per coronare il proprio percorso formativo, specializzandosi nel belcanto sei/settecentesco e protoromantico. Il Festival mette oggi in cartellone - oltre a un lavoro seicentesco nel Chiostro di San Domenico - una seconda produzione operistica, a Palazzo Ducale, appositamente ideata e riservata ai giovani cantanti dell'Accademia.

Il pieno successo del progetto incoraggia a proseguire in questa direzione: l'incontro dei nostri giovani talenti - che per diversi mesi approfondiscono lo studio del repertorio belcantistico, sia dal punto di vista tecnico vocale (e tecnico pianistico per i maestri collaboratori), sia da quello stilistico/interpretativo - con i grandi autori della storia dell'opera italiana, offre uno spazio unico e privilegiato di crescita artistica, anche dal punto di vista dell'espressione attoriale. Il progetto, infatti, prevede anche una lunga fase di formazione laboratoriale con i registi incaricati di portare in scena l'opera, che si sviluppa per alcuni mesi, prima di trovare compimento sul vasto palcoscenico del cortile di Palazzo Ducale o nell'intima cornice del Chiostro di San Domenico.

Per l'edizione 2017 del festival si è pensato di affidare ai giovani dell'Accademia del Belcanto un'opera del grande catalogo verdiano. La scelta è caduta su un titolo giovanile di Verdi, ancora poco eseguito e da sempre valutato con il condizionante limite di diversi pregiudizi, fin dalla sua prima rappresentazione, avvenuta nel 1840 al Teatro alla Scala.

Un giorno di regno, ovvero Il finto Stanislao, è la seconda opera di Verdi e la sua prima opera comica (e rimane l'unica, tolto il capolavoro della sua terza età artistica, Falstaff, che comunque "comico" non si può certamente definire): partitura assai brillante, con pagine di espressa comicità, dà vita a un manipolo di personaggi caratterizzati secondo i tratti della tradizione dell'opera buffa; un duetto tra i due buffi che rimane una delle invenzioni musicali più felici di Verdi e alcune scene "di insieme" costruite sull'imprescindibile modello rossiniano, ma in cui il calibratissimo ingranaggio ritmico inizia a misurarsi con un istinto già perfettamente riconoscibile peruna melodia più "fisica" ed emotivamente caratterizzata.

Un giorno di regno è anche l'opera in cui il giovane Verdi - a soli ventisette anni, forte solo dell'inatteso successo di Oberto, conte di San Bonifacio e fortemente provato dalla serie di lutti che gli avevano letteralmente azzerato gli affetti familiari più intimi - si accosta alla grande tradizione belcantistica dell'opera comica italiana, in un periodo in cui Rossini, nonostante il ritiro dall'agone operistico, continuava a dominare la scena teatrale europea, ingombrante e inarrivabile icona.

Come ebbe modo di scrivere Rodolfo Celletti, il modo migliore per cavare i valori di quest'opera è quello di dare rilievo al carattere che la ricollega senza mediazioni alla tradizione belcantistica rossiniana, e di interpretare le diverse pagine che si prestano a tale trattamento con le fioriture, l'eleganza di eloquio drammatico e le cure stilistiche tipiche del belcantismo.

Confidiamo nel fatto che un avveduto approccio belcantistico possa aiutare a valorizzare le indiscutibili potenzialità dell'opera, emblematica tra le cosiddette "opere di ensemble", quindi particolarmente adatte a produzioni ideate per giovani interpreti.

Abbiamo affidato la responsabilità musicale e teatrale della produzione a due artisti di comprovato talento e forte personalità: il direttore Sesto Quatrini, che ha molto positivamente impressionato nel Concerto del Belcanto della scorsa edizione, e Stefania Bonfadelli, ormai di casaa Martina Franca sia come cantante (indimenticabile la sua Annetta in Crispino e la Comare) sia come docente dell'Accademia del Belcanto; alla sua esperienza e carisma e alla brillantezza del suo straordinario talento teatrale è affidata la responsabilità di una messa in scena, che dovrà reinventare lo spazio del palcoscenico di Palazzo Ducale senza il "conforto" (che in certi casi, però, rischia di essere puro succedaneo alla carenza di autentica ispirazione teatrale) di un apparato scenografico vero e proprio. Anzi, la sua regia ha deciso di giocare con questo vincolo, richiamando esplicitamente un tema purtroppo noto ed attuale: le peripezie di una compagnia teatrale in un momento di grave crisi di fondi...

Nel ruolo del Cavalier Belfiore, e "giovane veterano" alla guida del manipolo di artisti dell'Accademia “Celletti”, debutta a Martina Franca il baritono Vito Priante, mentre il ruolo di Edoardo di Sanval è affidato ai notevoli mezzi vocali del giovane Ivan Ayon Rivas.

Il progetto viene realizzato grazie a una coproduzione con la Fondazione Paolo Grassi, con il contributo della Fondazione Puglia e in collaborazione con l'Accademia delle Belle Arti di Bari.

Il ciclo Novecento e oltre, su cui il festival ha molto investito in termini progettuali negli ultimi sette anni, ha già ospitato, come nell'ultima edizione del festival, un'opera da camera - o adattabile a dimensioni esecutive cameristiche - del "secolo breve". Gianni Schicchi - come Un giorno di regno e Falstaff lo sono per Verdi - è espressione dell'incontro dell'ultimo glorioso erede nazionale del grande teatro musicale italiano con il repertorio cosiddetto "comico": ne scaturisce la più luminosa e geniale fioritura novecentesca del genere.

Il capolavoro comico pucciniano vedrà protagonista un beniamino del pubblico del festival, Domenico Colaianni, insieme ai giovani artisti dell'Accademia del Belcanto, eseguito in versione cameristica nella cornice intima del Chiostro di San Domenico, con la parte teatrale affidata all'estro del giovane regista Davide Garattini Raimondi,che torna a Martina Franca dopo il successo del suo Don Chisciotte di Paisiello dello scorso anno (e sempre con i costumi di Giada Masi). Alla guida dell'Orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto il giovane tedesco Nikolas Nägele, che ha appena ultimato il suo perfezionamento presso l'Accademia del Maggio Musicale Fiorentino.

Prosegue il personale percorso che il direttore musicale del festival Fabio Luisi sta proponendo nell'alveo della tradizione belcantistica di Martina Franca, orientato all'approfondimento dell'altro Ottocento, tra Rossini e Verdi. Dopo Medea in Corinto di Mayr e dopo Mercadante- autore che il Festival ha assai felicementeonorato nel 2016 con la trionfale prima mondiale assoluta della Francesca da Rimini - la scelta, pressoché obbligata, cade quest'anno sul Meyerbeer cosiddetto "italiano". Cogliendo l'opportunità offerta da una nuovissima edizione critica Ricordi a cura di Paolo Rossini e Peter  Kaiser, si è deciso di riportare in scena, per la prima volta in epoca moderna, un'opera di particolare rilievo storico e con diversi punti di forza. Margherita d'Anjou è passata agli annali della storia del melodramma non soltanto perché segna il debutto di Meyerbeer al Teatro alla Scala, ma soprattutto per il fatto che grazie ad essa si rivelò il valore del giovane compositore tedesco, che a Milano ottenne il primo, autentico, grande successo.

Margherita d'Anjou- melodramma semiserio di Felice Romani del 1820 - sfoggia le caratteristiche tipiche di un'opera di facile presa: soggetto storico ma rivisitato con la libertà poetica volta a mettere in primo piano vicende sentimentali e private rispetto allo sfondo epico e militare; caratteri di evidenti dimensioni teatrali; ampie pagine di plateale virtuosismo e altre di vasto respiro corale, con l'aggiunta - molto sapida ed efficace - di un personaggio buffo, di uno en travesti (per necessità drammaturgiche) e di diverse scene  d'assieme affidate a voci scure maschili, in grado di arricchire e variare, con tinte e toni diversi, il carattere drammatico di base.

Non è difficile ravvisare in quest'opera dalle evidenti ambizioni - Meyerbeer sapeva bene di giocarsi nome e carriera con il debutto milanese - un modello per La forza del destino (naturalmente al netto della dimensione tragica del finale verdiano), sia per il procedere del racconto per grandi pagine di colore popolaresco e altre di valore epico e corale, sullo sfondo di vicende militari; sia per il contributo di quel peculiare carattere comico, che contribuisce a una inedita prospettiva di stampo ironico per un dramma di soggetto pseudostorico.

La direzione di Fabio Luisi saprà restituire i giusti baglioria musica in grado di distinguersi soprattutto per la trascinante vena melodica e per la plastica tensione delle pagine più riuscite; puramente e tutta melodrammatica, già pienamente ottocentesca ma ancora condizionata dai più puri stilemi belcantistici, e dall'inarrivabile modello dell'opera seria rossiniana.

Per questo Meyerbeer torna a Martina Franca il talento di Alessandro Talevi, che proprio al Festival deve il debutto italiano (con Crispino e la Comare, nel 2013). Il regista sudafricano legge la regalità di Margherita in chiave contemporanea, trasformandola in una diva del regno del fashion. Un po' Anna Wintour e un po' la Miranda Priestly di Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada. La sua corte nel Regno Unito pullulerà di stylist e top model, sulle passerelle della "London fashion week" e non mancherà l'elemento da spy story. Madeleine Boyd firma scene e costumi dello spettacolo, Giuseppe Calabrò le luci.

Fedele alla propria tradizione di vetrina per giovani emergenti, anche in questa occasione il Festival dà fiducia ad alcuni nomi dell'ultima generazione, di solidissima formazione e indiscutibile carisma scenico. Giulia de Blasis, Gaia Petrone e Laurence Meikle, usciti negli scorsi anni dai corsi di perfezionamento dell'Accademia“Celletti”, saranno rispettivamente Margherita, Isaura e Glocester. Marco Filippo Romano, tra i migliori buffi della nuova leva, vesterà i panni di Michele Gaumotte e Anton Rositskiy quelli del Duca di Lavarenne.

L'edizione 2017 del Festival della Valle d'Itria certifica l’Opera in masseria quale elemento qualificante del cartellone annuale del Festival. Si tratta diuna delle più fortunate iniziative delle ultime stagioni: dopo tre anni di sperimentazione via via più strutturata, da quest'anno la produzione si arricchisce, e per la prima volta verrà eseguita con orchestra a ranghi completi. Con l'Opera in masseria Martina Franca torna al suo repertorio di elezione, quello della scuola pugliese-napoletana, e lo fa con un'opera comica di Niccolò Piccinni di particolare valore musicale e drammaturgico. Il giovane direttore Ferdinando Sulla ne curerà la parte musicale, mentre il progetto registico sarà firmato da Giorgio Sangati. Cresciuto artisticamente nell'alveo del Piccolo Teatro di Milano-scoperto e valorizzato da uno dei grandi maestri del teatro contemporaneo, Luca Ronconi, e rivelatosi al pubblico grazie alla recente e assai fortunata produzione milanese de Le donne gelose- Sangati avrà occasione di misurarsi nuovamente con il teatro goldoniano, questa volta nelle forme di un gustosissimo libretto affidato a uno dei più prolifici autori del Settecento napoletano.

Nei quattro ruoli previsti da Goldoni si esibiranno tre giovani artisti dell'Accademia “Celletti” e un giovane e assai promettente tenore, originario di Martina Franca e attualmente in forza all'Accademia del Maggio Musicale Fiorentino, il ventenne Manuel Amati. Le scene dello spettacolo sono di Alberto Nonnato, mentre i costumi di Gianluca Sbicca, ispirati agli anni della bélle epoque, sono realizzati attingendo al patrimonio del Piccolo Teatro di Milano, con cui il Festival e la Fondazione Paolo Grassi sono in procinto di siglare una prestigiosa e molto attesa collaborazione, nell'anno del settantesimo anniversario del primo teatro stabile italiano e nel nome di Paolo Grassi, tra i padri spirituali del Festival.

Il cartellone 2017 si arricchisce di una straordinaria serata di musica vivaldiana, affidata a I Barocchisti di Diego Fasolis, che eseguiranno uno dei capolavori più amati dal grande pubblico, Le quattro stagioni, con il violino solista di Duilio Galfetti, oltre ad arie e duetti del catalogo del Prete Rosso. Nel corso della serata verrà assegnato il Premio Celletti 2017 al tenore Ramon Vargas.

Il popolare Concerto per lo Spirito nella Basilica di San Martino sarà diretto dal giovane tarantino, di formazione nordeuropea, Vincenzo Milletarì, con un programma Porpora/Haydn/Mozart accostato al Requiem per archi di Takemitsu, affidato ai musicisti dell'Orchestra ICO della Magna Grecia, che sarà poi replicato a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019.

L'atteso Concerto Sinfonico a Palazzo Ducale vedrà impegnata come di consueto l'Orchestra Internazionale d'Italia diretta da Alvise Casellati, in un programma tutto tricolore, di composita fattura: nella prima parte, in prima esecuzione italiana, I  gnostr, del giovane nocese Domenico Turi e il concerto"Piccolo mondo antico" di Nino Rota, con il pianoforte di Alessandro Taverna; nella seconda parte la Sinfonia in Mi minore di Alberto Franchetti, di assai rara esecuzione.

Per Festival Junior,la popolare serata dedicata ai giovani interpreti, addestrati nel corso dei mesi invernali, è stato scelto un adattamento del capolavoro comico di Puccini, ideato da Davide Garattini Raimondi: C'era una volta... Gianni Schicchi! affidato alle cure musicali di Angela Lacarbonara, preparatrice del coro di voci bianche, e di Vincenzo Rana.

Oltre alla storica compagine del Festival, l'Orchestra Internazionale d'Italiacoro residente torna a essere quello del Teatro Municipale di Piacenza, diretto da Corrado Casati: si esibirà in Un giorno di regno e Margherita d'Anjou. Altro ritorno da salutare con piacere è quello di Fattoria Vittadini, la giovane compagnia di performers e danzatori, che nel 2014 si aggiudicò a sorpresa un Premio Abbiati speciale. Quest'anno saranno impegnati pressoché in tutte le opere del Festival, e con maggiore incisività in quelle di Vivaldi, Monteverdi e Meyerbeer.

La presenza di Fattoria Vittadini, della compagnia teatrale Eco di Fondo, la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, quella con il quarto anno del corso "danzatori" dell'Accademia Paolo Grassi di Milano, con l’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino e l'Accademia delle Belle Arti di Bari sono il segno evidente di un percorso sempre più motivato e strutturato, che punta allo sviluppo di un qualificato avamposto riservato alla creatività d'autore, anche in chiave puramente teatrale, di teatrodanza e di espressività interdisciplinare.

Lo storico direttore artistico del Festival sarà al centro di un convegno di due giornate, "Rodolfo Celletti - Maestro di scrittura e (censore) di voci", affidato al coordinamento di Angelo Foletto, con la partecipazione di studiosi, musicologi e operatori del mondo teatrale e musicale italiano.

I consueti appuntamenti di Fuori orario e la mostra documentaria "Amore e Marte - arte, immagini, visioni dalla Magna Grecia al Rinascimento" suggellano la composita e ricchissima offerta di questa 43ª edizionedel Festival.

Alberto Triola

Direttore artistico

 

 

 

 

 

Presidente
Franco Punzi

Direttore artistico
Alberto Triola

Direttore musicale
Fabio Luisi



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