Il saluto del direttore artistico Alberto Triola

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Il saluto del direttore artistico

Alberto Triola

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ascio il Festival della Valle d’Itria dopo dodici intensissimi e splendidi anni, di cui sette a fianco di Fabio Luisi.
Il bilancio del lavoro fatto sarà scritto a tempo debito, e certamente non da me. Ma vorrei oggi ricordare le 51 produzioni mandate in scena, di cui 7 di opere novecentesche e 4 di autori contemporanei in prima rappresentazione assoluta. Il repertorio esplorato – se di repertorio si può parlare! – va dal Seicento ad oggi e comprende 40 diversi compositori, tra i quali tutti i principali della scuola napoletana.
A proposito del barocco musicale, anche a Martina Franca si è finalmente imposta la presenza di complessi strumentali storicamente informati, a garanzia di esecuzioni coerenti con lo stile dell’epoca; oggi sembra scontato ma quando arrivai a Martina Franca non era così.

Tra le tante produzioni degne di essere menzionate il ricordo va innanzitutto a Napoli milionaria di Nino Rota, che segnò il mio esordio alla guida del Festival e che fu una scossa elettrica per tutti. E poi la prima esecuzione assoluta – postuma – di un capolavoro di Mercadante, Francesca da Rimini, che a Martina Franca ha potuto finalmente vedere la luce dopo 186 anni.
In questi dodici anni sono nate proposte di programmazione che oggi sono già tradizione del festival, tra i quali l’Opera in masseria e Il canto degli ulivi, che hanno riscosso uno straordinario successo, specialmente tra il pubblico internazionale.
Una decina di coproduzioni con le maggiori fondazioni lirico sinfoniche italiane e con tre festival e teatri europei sono la riprova del prestigio e del valore delle proposte del Festival.
Sono particolarmente fiero del fatto che alcuni dei titoli riscoperti in questi anni a Martina Franca hanno iniziato a essere riproposti in diversi teatri italiani ed europei: era uno degli obiettivi che mi ero riproposto dodici anni fa, ed è il segno più eclatante del valore e della vitalità del Festival di Martina Franca, quando riesce a dialogare con il presente e a non rinchiudersi in una sterile e autoreferenziale dimensione di puro accademismo.

Abbiamo dato vita al Premio Celletti, che in dodici anni può già vantare un albo d’oro leggendario, che lega il Festival alle sue radici storiche. Ma sono soprattutto felice di aver dato vita all’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, tra le pochissime a essere riconosciute dal Ministero della Cultura quale “scuola di eccellenza nazionale nell’ambito dell’altissima formazione musicale”, che ha plasmato un’intera generazione di nuovi protagonisti del Belcanto internazionale e che costituisce ormai un faro di riferimento per tanti giovani cantanti.
Tre i Premi Abbiati di queste dodici stagioni, ma quello che terrò per sempre nel mio cuore porta il nome delle centinaia di artisti – dai più celebri di oggi ai debuttanti assoluti – con cui ho condiviso questo percorso, oltre alle orchestre e ai cori che si sono avvicendati. Non conto le carriere artistiche che sono partite dal cortile di Palazzo Ducale, spesso con debutti assoluti – e a volte temerari – di cantanti, direttori e registi, che sono oggi tra quelli più affermati nel mondo.

Lascio la direzione artistica nelle mani di un caro amico prima ancora che di un validissimo collega: sono sicuro che il Festival vivrà con lui molti altri anni di luce.
L’ultimo pensiero va al Presidente Franco Punzi e a tutti gli amici e alle persone con cui ho percorso questo lungo tratto di vita, alle maestranze tecniche e a chi opera con generosità davvero ammirevole dietro il palco. E poi c’è Martina Franca: il suo abbacinante bianco, con tutto quello che contiene, è ormai una seconda casa: ha fatto breccia nella mia vita e certamente non smetterà di farne parte.

Alberto Triola
10 agosto 2021

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